Quante persone, in Italia, soffrono di Disturbi del Comportamento Alimentare? Forse penserete che siano poche, una nicchia, qualche centinaio. In fondo, ci sono patologie di cui si sente parlare molto più spesso. Ebbene, in Italia sono quasi 4 milioni le persone che soffrono di DCA. E l’età di insorgenza, se prima si aggirava attorno all’adolescenza e alla giovinezza, si è abbassata: bambini e bambine di 9 o 10 anni iniziano già a soffrirne. Per non parlare poi dell’aumento dei casi nei soggetti over 40, o uomini, prima completamente trascurati perché considerati “immuni”.
Nel mondo, l’OMS stima che siano quasi 70 milioni le persone affette da DCA, mentre in Europa si parla di circa 20 milioni. L’avreste mai detto? Ci avreste creduto? Probabilmente no, ma la realtà è questa: i DCA affliggono molte più persone di quanto si pensi, specialmente dopo la pandemia Covid-19.
La pandemia nella crescita dei DCA
Nel 2020 il Covid ha fermato l’Italia, l’Europa e il mondo intero. A non essersi fermata, però, è la presa che i DCA hanno sulle persone. Anzi, durante la pandemia, i sintomi e i casi sono addirittura aumentati. Perchè?
Il lockdown, l’isolamento sociale, la perdita completa della propria routine, l’incremento dell’uso dei social media e la riduzione dell’attività sportiva hanno agito da fattori scatenanti o amplificatori del fenomeno.
Un DCA si annida nella solitudine, nelle insicurezze e nelle paure: la pandemia è stata la culla di innumerevoli nuove e vecchie questioni.
Tra il 2020 e il 2023, in Italia:
- sono lievitate fino al 40% le richieste di accesso ai centri specializzati;
- si è osservata l’emergenza di fasce nuove e vulnerabili, tra cui bambini in età scolare (8-12 anni), con forme precoci di anoressia e disturbi misti; giovani uomini, in particolare con BED, vigoressia e ortoressia; soggetti con neurodivergenze, soprattutto disturbi dello spettro autistico e ADHD.
Il DCA supera la classe sociale
In Italia, le Regioni con maggiore incidenza di disturbi alimentari (DNA) sono la Lombardia, il Lazio, l’Emilia Romagna, la Toscana e il Veneto. Tuttavia, tale dato può derivare anche dalla presenza, in questi contesti regionali, di centri di riferimento dalle maggiori capacità diagnostiche e terapeutiche. Alcune aree del Sud Italia e delle Isole patiscono una carenza di strutture e insufficienza di personale specializzato.
C’è da tenere presente, però, che un DCA non ha confini geografici: non si ferma alla dogana o alla linea di frontiera. Scorre in ogni via, ogni area, anche quelle dove sa di non essere riconosciuto. Anzi, forse specialmente lì. Si fortifica delle carenze del territorio e gode della sua grandezza nell’attaccare persone di ogni situazione sociale ed economica, dal* più ricc* al* più pover*. Semplicemente, le fasce economicamente svantaggiate risultano maggiormente penalizzate rispetto all’accesso ai centri pubblici, e sono troppo spesso costretta a rivolgersi al privato, o a viaggiare in altre aree del Paese.
I costi dei DCA
I disturbi alimentari non minacciano soltanto, e in modo grave, la salute fisica e psicologica di chi ne soffre, ma producono anche un impatto economico rilevante sui pazienti e sulle loro famiglie, sui sistemi sanitari e, più in generale, sull’intero tessuto sociale.
Seguendo l’impostazione dei principali modelli internazionali, risulta opportuno distinguere anche in Italia tra costi diretti e indiretti associati ai DCA. I costi diretti comprendono l’insieme delle spese necessarie per ottenere una diagnosi, accedere alle cure e gestire il disturbo nel tempo. Si tratta di costi prevalentemente sanitari: ricoveri ospedalieri (ordinari o in day hospital), visite specialistiche nutrizionali, psichiatriche e internistiche, percorsi psicoterapeutici individuali e familiari, farmaci e integratori nutrizionali, oltre a eventuali interventi ambulatoriali e programmi riabilitativi.
Secondo il Ministero della Salute, il costo medio annuo per un paziente con quadro clinico complesso si aggira intorno ai 10.000 euro, cifra che può triplicare in caso di ricoveri ripetuti dovuti a recidive o a trattamenti inefficaci.
Applicando una stima di 10.000 euro l’anno per ciascun* paziente e considerando i circa 3 milioni di italian* coinvolti da un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione, il costo complessivo supera i 30 miliardi di euro annui, pari a circa due punti di Pil. Una valutazione che, con ogni probabilità, resta al ribasso, se si includono i casi non diagnosticati, i costi sommersi, la cronicizzazione e le ricadute sull’intero sistema sociale.
I costi indiretti, invece, sono quelli determinati dalla riduzione della capacità lavorativa de* pazienti e dei loro caregiver. Le assenze prolungate da scuola o lavoro, l’invalidità, i pensionamenti anticipati e i decessi prematuri sono una piaga per il sistema produttivo. In Italia, secondo una stima di Deloitte, questi costi rappresentano oltre il 70% del totale. Un* giovane adult* con DNA grave può perdere fino a 10 anni di lavoro attivo. E i suoi familiari possono dover ridurre l’orario lavorativo o lasciare il lavoro per assisterlo.
Un altro spettro di costi, oltre a quelli diretti e indiretti, è quello dei costi intangibili, non propriamente misurabili ma sempre più debilitanti per l* paziente e il suo ecosistema sociale. Tra questi vi sono la sofferenza psicologica, la perdita di relazioni sociali e dei percorsi di formazione, l’isolamento, il senso di colpa e vergogna.
Costi alti, poca attenzione
Nonostante i costi siano esorbitanti per la cura dei DCA, di queste patologie si parla poco. A livello istituzionale e politico ci sono poche prese di posizione, poche agevolazioni, pochi sostegni.
Sembra quasi che 3 milioni di persone, in Italia, non esistano. Sembra che il loro dolore non esista. O, meglio, venga ignorato, non ascoltato. E noi non vogliamo stare a guardare.
Il ruolo di Comestai
I DCA rappresentano una vera e propria epidemia nascosta: trasversale, in crescita costante, ancora troppo sottovalutata. Le liste d’attesa nei servizi territoriali sono lunghe, l’accesso alle cure non è uniforme e questo porta a ricoveri ripetuti, recidive frequenti e a un costo umano ed economico sempre più alto per il Sistema Sanitario Nazionale.
È proprio in questo spazio critico che si inserisce Comestai, con un modello di cura integrato che non sostituisce il pubblico ma lo affianca e lo rafforza. Un modello che utilizza la cura online per intercettare prima il bisogno, garantire continuità terapeutica e supportare i servizi territoriali nella gestione delle liste di attesa, nella presa in carico precoce e nel follow-up.
L’integrazione tra digitale, territorio e centri pubblici non è solo un’innovazione organizzativa, ma una leva concreta di sostenibilità: nel lungo periodo significa ridurre i tempi di attesa, diminuire il numero di ricoveri e di ricadute, migliorare gli esiti clinici e abbassare l’enorme costo che i DCA generano per il sistema sanitario. Parlare di disturbi alimentari oggi non è solo una questione di salute, ma di responsabilità collettiva. Investire in modelli di cura integrati come Comestai significa costruire risposte più efficaci per le persone e più sostenibili per il Paese.





