Nel complesso ambito dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, l’avoidance, o evitamento sistematico del cibo, rappresenta un comportamento clinico di grande rilievo. Questa condizione non deve essere confusa con la semplice selettività alimentare tipica di molte fasi della crescita infantile, ma si configura come un vero e proprio disturbo psicopatologico noto come ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder). A differenza dell’anoressia nervosa o della bulimia, l’evitamento in questo contesto non è guidato dal desiderio di dimagrire o da un’immagine corporea distorta, ma da fattori sensoriali, psicologici o post-traumatici.
L’evitamento sistematico può manifestarsi attraverso tre presentazioni cliniche fondamentali che spesso possono sovrapporsi nello stesso individuo :
Perché l’evitamento venga classificato come patologico, deve portare a conseguenze cliniche significative che compromettono la salute e il benessere della persona. I segnali d’allarme includono :
Le radici dell’avoidance sono multifattoriali e possono includere una predisposizione biologica alla ipersensibilità sensoriale (i cosiddetti supertasters), esperienze traumatiche pregresse legate al cibo (come un episodio di soffocamento reale) o la presenza di comorbidità con disturbi dello spettro autistico, ADHD o disturbi d’ansia generalizzata.
Il trattamento d’elezione per l’evitamento sistematico è la terapia cognitivo-comportamentale (CBT-AR), che mira a ridurre l’ansia associata all’esposizione a nuovi alimenti e a ristrutturare le convinzioni negative sul cibo. L’obiettivo primario è ampliare gradualmente la varietà alimentare e ristabilire un adeguato apporto nutrizionale per garantire la salute fisica e il recupero del funzionamento sociale.
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