Il termine gastronautismo, nel contesto dei moderni disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, si riferisce a un interesse eccessivo e spesso compulsivo verso i contenuti mediatici che riguardano la preparazione, l’estetica e il consumo di cibo. Sebbene il termine nasca originariamente per descrivere l’esploratore gastronomico curioso, la sua accezione patologica indica un’ossessione per i programmi televisivi di cucina, i cooking show e i video di ricette sui social media. Questa pratica è strettamente legata al fenomeno del food porn, ovvero la rappresentazione visiva del cibo in modo provocatorio e iper-stimolante, capace di generare una sorta di appagamento virtuale che però può nascondere insidie psicologiche profonde.
Esistono diverse ragioni per cui l’essere umano è attratto dalla visione di altre persone che cucinano o mangiano. Dal punto di vista evolutivo, l’attenzione per il cibo è un meccanismo di sopravvivenza : il nostro cervello è programmato per individuare fonti di nutrimento e rispondere positivamente a stimoli visivi che suggeriscono abbondanza calorica. Tuttavia, nel gastronautismo patologico, questa attrazione viene distorta. La visione costante di piatti elaborati agisce sui centri del piacere nel cervello, innescando il rilascio di dopamina. Per molte persone, guardare questi programmi diventa un meccanismo di coping per gestire l’ansia o la noia, trasformando il cibo da elemento nutritivo a puro oggetto di intrattenimento voyeuristico.
Uno degli aspetti più interessanti e preoccupanti del gastronautismo è la sua frequente comparsa in individui che seguono diete estremamente restrittive o che soffrono di anoressia nervosa. In questi casi, la persona sperimenta quello che i clinici chiamano consumo vicario : non potendo mangiare realmente i cibi desiderati a causa di regole rigide o della paura di ingrassare, l’individuo “mangia con gli occhi”. Questa attività permette di vivere l’esperienza del cibo senza assumere calorie, fornendo una soddisfazione momentanea che però, a lungo termine, finisce per alimentare l’ossessione e rinforzare la patologia. Si crea un circolo vizioso in cui la fame biologica viene sublimata attraverso la visione di immagini gastronomiche, mantenendo la mente costantemente focalizzata sul cibo e impedendo il recupero di un rapporto sano con l’alimentazione reale.
Non è sempre facile distinguere un semplice hobby da una condotta ossessiva. Tuttavia, si possono identificare alcuni segnali che indicano una deriva patologica :
Il gastronautismo si inserisce in una società dominata da un messaggio contraddittorio : da un lato siamo bombardati da immagini di cibi iper-appetitosi e istigazioni al consumo, dall’altro veniamo spinti verso un ideale estetico di magrezza estrema e controllo totale del corpo. Questo paradosso crea una profonda disregolazione emotiva. I programmi di cucina, spesso strutturati come competizioni aggressive, possono inoltre trasmettere l’idea che il cibo sia una questione di performance e perfezionismo, contribuendo a una visione rigida e poco naturale dell’atto nutritivo. Per chi soffre di binge eating disorder, la visione di questi contenuti può fungere da potente trigger per l’innesco di abbuffate reali, poiché lo stimolo visivo è talmente forte da superare le capacità di autocontrollo.
Trattare il gastronautismo patologico significa lavorare sulla consapevolezza del rapporto tra individuo, media e cibo. Nel contesto di una terapia cognitivo-comportamentale (come la CBT-E), è fondamentale aiutare il paziente a riconoscere come la sovraesposizione a questi stimoli influenzi i suoi stati emotivi e i suoi comportamenti alimentari. Il recupero passa spesso attraverso un periodo di digital detox e la riscoperta del piacere sensoriale reale, non mediato da uno schermo, promuovendo un’alimentazione basata sui reali segnali di fame e sazietà del corpo piuttosto che su modelli estetici o televisivi esterni.
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