Nel contesto dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DCA), l’abitudine di indossare vestiti estremamente ampi, informi o che coprono gran parte del corpo non è una semplice scelta estetica o di moda, ma rappresenta un sintomo comportamentale significativo. Questa modalità di abbigliamento funge spesso da barriera protettiva tra il corpo del paziente e il mondo esterno, riflettendo un profondo disagio psicologico legato all’immagine corporea e alla percezione di sé. Clinicamente, questo comportamento è classificato tra le strategie di evitamento corporeo (body avoidance), finalizzate a ridurre l’ansia derivante dall’esposizione del proprio fisico al giudizio altrui o alla propria stessa osservazione.
L’utilizzo di abiti che mascherano le forme del corpo risponde a diverse necessità psicologiche che variano a seconda della specifica psicopatologia del paziente :
Sebbene l’uso di abiti coprenti offra un sollievo immediato dall’ansia, esso costituisce un potente meccanismo di mantenimento del disturbo alimentare. Coprendo il corpo, la persona evita di confrontarsi con la realtà delle proprie forme, alimentando le fantasie distorte e le paure irrazionali. Questo comportamento impedisce il processo di abituazione, ovvero la naturale riduzione dell’ansia che avverrebbe esponendosi gradualmente alla visione del proprio corpo. Più il corpo viene nascosto, più diventa un oggetto misterioso e minaccioso, incrementando il bisogno di controllo e la restrizione calorica o le condotte di compenso.
Durante il trattamento, specialmente seguendo protocolli come la terapia cognitivo-comportamentale migliorata (CBT-E), il monitoraggio dell’abbigliamento è fondamentale. Gli specialisti osservano come cambia la scelta degli abiti parallelamente ai progressi terapeutici. La persistenza nell’uso di abiti informi anche dopo il recupero ponderale può indicare che la preoccupazione per la forma del corpo è ancora attiva e richiede ulteriore lavoro psicologico. Il percorso terapeutico mira a :
In sintesi, l’uso di abiti larghi è un segnale che non deve essere sottovalutato dai caregiver e dai professionisti, poiché è spesso il riflesso visibile di una sofferenza interna invisibile. Integrare la gestione di questo comportamento nel piano terapeutico è essenziale per promuovere una guarigione che non sia solo fisica, ma che includa un’accettazione serena e integrata della propria immagine corporea.
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