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Disgusto di sé

Nel contesto dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DCA), il disgusto di sé rappresenta un’esperienza emotiva complessa e pervasiva che va ben oltre la semplice insoddisfazione corporea. Mentre il disgusto è originariamente un’emozione primaria volta alla protezione dell’individuo da sostanze potenzialmente tossiche o contaminate, nel caso dei DCA questa forza repulsiva viene rivolta verso l’interno, investendo la propria identità, il proprio corpo e le proprie azioni. Questa emozione è talmente centrale da essere inserita tra i criteri diagnostici ufficiali per alcuni disturbi, come il disturbo da alimentazione incontrollata (BED).

Il ruolo del disgusto nel disturbo da alimentazione incontrollata

Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), il disgusto di sé è uno dei sintomi cardine che definiscono un episodio di abbuffata nel Binge Eating Disorder. Molte persone che soffrono di questo disturbo riferiscono di provare una sensazione di profonda repulsione verso se stesse immediatamente dopo aver perso il controllo sul cibo. Questo sentimento non riguarda solo l’atto del mangiare in sé, ma si estende alla percezione della propria mancanza di forza di volontà e alla sensazione di “sporcizia” interiore legata alla quantità di cibo ingerita. Il vissuto tipico comprende :

  • Senso di colpa post-abbuffata : la consapevolezza di aver violato le proprie regole alimentari.
  • Vergogna sociale : il timore che gli altri possano vedere o intuire il comportamento alimentare.
  • Ripugnanza fisica : la sensazione di essere fisicamente sgradevoli o “contaminati” dal cibo.

Differenza tra disgusto di sé e vergogna

Sebbene siano spesso vissuti contemporaneamente, è fondamentale distinguere il disgusto di sé dalla vergogna. La vergogna è un’emozione sociale che nasce dal timore del giudizio altrui e dalla sensazione di aver fallito rispetto a uno standard esterno. Il disgusto di sé, invece, è un’emozione più viscerale e interna : la persona diventa contemporaneamente il soggetto che prova disgusto e l’oggetto che lo provoca. Questa sovrapposizione rende il disgusto di sé particolarmente difficile da scardinare, poiché l’individuo sente il bisogno di allontanarsi da se stesso, una condizione paradossale che genera un profondo disagio psicologico.

L’impatto sulla percezione corporea

Il disgusto di sé è strettamente legato alle alterazioni dell’immagine corporea. Nei pazienti affetti da Anoressia Nervosa o Bulimia Nervosa, alcune parti del corpo (come l’addome o le cosce) possono diventare l’obiettivo specifico di questa emozione. Il corpo non viene più percepito come una parte integrante del sé, ma come un oggetto estraneo e ripugnante che deve essere controllato, punito o ridotto attraverso la restrizione estrema o le condotte di eliminazione. In ambito clinico, si osserva spesso che il disgusto agisce come un potente trigger per i comportamenti disfunzionali : più la persona si sente “disgustosa”, più mette in atto restrizioni o abbuffate, alimentando un circolo vizioso patologico.

Origini e implicazioni cliniche

Le radici di questa emozione possono essere molteplici e spesso affondano in esperienze traumatiche, dinamiche familiari critiche o in una cultura che stigmatizza fortemente il peso e le forme corporee. La ricerca suggerisce che il disgusto di sé possa essere alimentato da una bassa autostima cronica e da un perfezionismo clinico che non tollera l’errore. Dal punto di vista del trattamento, approcci come la terapia cognitivo-comportamentale migliorata (CBT-E) lavorano intensamente sulla riduzione dell’autocritica e sulla normalizzazione delle emozioni. È essenziale che il percorso terapeutico promuova la self-compassion (auto-compassione), aiutando il paziente a trasformare il giudizio severo in una forma di accettazione e rispetto verso il proprio corpo e la propria storia personale.

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