Nel complesso scenario dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DCA), il concetto di identità di malattia rappresenta una delle sfide psicologiche e cliniche più ardue. Questa condizione si manifesta quando la persona non percepisce più il disturbo come un elemento esterno o un problema da risolvere, ma arriva a sovrapporre la propria identità personale con la patologia stessa. In termini clinici, si parla spesso di un vissuto in cui l’individuo non sente di avere un disturbo, ma sente di essere il disturbo : questa fusione totale trasforma i sintomi alimentari nel nucleo centrale della propria autostima e del proprio modo di stare al mondo.
A differenza di molte altre sofferenze psicologiche che sono vissute come egodistoniche (ovvero estranee e fonte di sofferenza immediata per il soggetto), i disturbi alimentari, specialmente nelle fasi iniziali o nell’anoressia nervosa, tendono a essere egosintonici. Ciò significa che i comportamenti patologici, come la restrizione estrema o il controllo ossessivo del peso, sono percepiti dalla persona come coerenti con i propri valori e obiettivi. Il disturbo non è visto come un nemico, ma come un alleato che conferisce un senso di forza, superiorità e controllo.
Questa dinamica favorisce la costruzione di un’identità basata esclusivamente sulla malattia, portando a diverse conseguenze psicologiche :
Il fenomeno del “sentirsi il disturbo” è uno dei principali fattori di mantenimento della patologia e una delle cause primarie della resistenza al trattamento. Se la persona identifica se stessa con l’anoressia o la bulimia, l’idea di guarire non viene percepita come una liberazione dalla sofferenza, ma come una minaccia esistenziale. Chiedere a un paziente di abbandonare i sintomi del DCA equivale, nel suo vissuto, a chiedergli di rinunciare a chi è veramente : senza il disturbo, la persona sperimenta un vuoto identitario terrificante e non sa più come definirsi.
In questo stato, ogni intervento terapeutico volto a modificare le abitudini alimentari viene vissuto come un attacco personale o un tentativo di “distruggere” l’unico strumento di difesa che la persona sente di possedere contro l’angoscia. Per questo motivo, il trattamento deve essere estremamente delicato e multidisciplinare.
Per superare l’identità di malattia, è fondamentale lavorare sulla separazione tra il Sé sano e la voce del disturbo. Un approccio molto efficace è quello dell’externalizzazione, tecnica derivata dalla terapia narrativa e integrata in vari protocolli clinici. L’obiettivo è aiutare il paziente a riconoscere che il disturbo è un’entità separata dalla sua vera identità : non è “io voglio digiunare”, ma “la malattia mi dice di digiunare”.
Il percorso di cura mira a ricostruire una complessità del Sé che vada oltre il corpo e il cibo, promuovendo :
In sintesi, la guarigione non consiste solo nel recupero del peso o nella cessazione delle abbuffate, ma nel processo fondamentale di ritrovare se stessi al di fuori dei confini rigidi e soffocanti della patologia, permettendo alla persona di tornare a dire “io sono” senza dover aggiungere il nome del suo disturbo.
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