Oltre la forza di volontà: 5 barriere sistemiche al recovery da Disturbi Alimentari

barriere disturbi alimentari

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Quando si parla di recovery dai disturbi alimentari, la narrazione comune si concentra quasi sempre sulla forza di volontà individuale. L’idea diffusa è che guarire sia una questione di disciplina, una “battaglia” combattuta interamente nella mente e nel corpo di chi ne soffre. Ma questa visione, per quanto diffusa, è pericolosamente incompleta.

Esistono barriere significative, spesso invisibili, che vanno ben oltre gli sforzi personali. Si tratta di ingiustizie sistemiche, radicate nella nostra cultura, nel sistema sanitario e nelle strutture sociali, che possono complicare enormemente il percorso di guarigione da DCA. Queste forze esterne creano ulteriori strati di stress e sofferenza, rendendo il recovery ancora più complesso.

Lo stigma sul peso: quando il sistema sanitario diventa parte del problema

Lo stigma sul peso è una delle forme più pervasive di ingiustizia. La nostra società tende a equiparare la magrezza a valore morale, successo e bellezza, stigmatizzando chiunque viva in un corpo più grande. Per chi vive con un disturbo alimentare, questo pregiudizio non fa che esacerbare la paura di aumentare di peso e rinforzare comportamenti alimentari dannosi.

Il punto più sorprendente è che questa discriminazione è profondamente radicata proprio nel sistema sanitario. Pazienti in corpi grassi possono ricevere meno empatia, affrontare valutazioni mediche parziali o vedere le loro preoccupazioni liquidate come una semplice conseguenza del loro peso. Non è raro che i medici attribuiscano ogni problema di salute alla taglia del* paziente senza indagare a fondo, rischiando di non riconoscere un disturbo alimentare che non corrisponde allo stereotipo. Di conseguenza, molti temono di rivolgersi al proprio medico, sapendo che le loro sofferenze potrebbero essere banalizzate e ricondotte unicamente al loro peso.

Per contrastare tutto questo, gli approcci terapeutici più moderni promuovono l’accettazione del corpo e creano spazi di supporto specifici, come gruppi di “recovery at every size”, dove l* pazienti possono elaborare le proprie esperienze senza giudizio.

Il recovery non consiste nel raggiungere un peso corporeo “normale”, ma nel ripristinare la salute mentale e il benessere, valorizzando le persone per la loro umanità, non per la loro taglia.

L’equivoco razziale: i disturbi alimentari non conoscono etnia

Storicamente, i disturbi alimentari sono stati erroneamente rappresentati come una “malattia da ragazze bianche e benestanti” secondo lo stereotipo SWAG. Questo stereotipo è non solo falso, ma anche incredibilmente dannoso. Infatti, esso causa una sistematica sotto-diagnosi e un trattamento inadeguato per le persone appartenenti a minoranze razziali ed etniche.

Comunità nere, indigene e latine (BIPOC) hanno meno probabilità di ricevere una diagnosi accurata. I loro sintomi possono essere liquidati o attribuiti erroneamente a pratiche culturali o a una presunta mancanza di “forza di volontà”, ignorando la patologia sottostante. La mancanza di rappresentazione negli spazi di cura può scoraggiarle dal cercare aiuto e, quando lo fanno, spesso si trovano di fronte ad approcci terapeutici che non tengono conto delle loro esperienze culturali, dei valori e dei traumi specifici, rendendo il trattamento meno efficace.

Un trattamento efficace deve essere culturalmente competente, adattando gli approcci terapeutici per includere le esperienze, i valori e il vissuto di pazienti di ogni provenienza.

Oltre il binarismo: le difficoltà delle persone transgender e non-binarie con disturbi alimentari

Sebbene i programmi di trattamento siano frequentati maggiormente da donne, i disturbi alimentari non sono affatto esclusivi di un genere. Le persone transgender e non-binarie, in particolare, affrontano sfide uniche e spesso ignorate. Molte sperimentano una profonda disconnessione tra la propria identità di genere e le aspettative sociali su come il loro corpo dovrebbe apparire, un conflitto che può facilmente alimentare comportamenti alimentari disordinati.

A questo si aggiungono ulteriori barriere, come la discriminazione da parte degli operatori sanitari e una grave carenza di risorse inclusive e affermative. La difficoltà nel trovare uno spazio di cura che rispetti e comprenda la loro identità di genere può isolare ulteriormente questi soggetti, rendendo il processo di recovery ancora più solitario e difficile.

Creare uno spazio sicuro e inclusivo per le persone di tutte le identità di genere non solo migliora i risultati, ma convalida le esperienze di coloro che sono stati storicamente emarginati dal sistema sanitario.

La cultura della dieta: un’industria intera contro il tuo benessere

Oltre ai pregiudizi presenti nel sistema sanitario e nella diagnosi, le norme culturali e sociali creano una pressione onnipresente. I media propongono costantemente un “corpo ideale” che crea standard irrealistici e aliena chiunque non rientri in questo modello ristretto. Questa pressione è particolarmente dannosa per le comunità già marginalizzate.

Ancora più potente è la commercializzazione della perdita di peso, un’industria da 90 miliardi di dollari che ha radicato l’idea che i corpi debbano essere costantemente controllati, monitorati e modificati. Questo contesto trasforma i comportamenti alimentari disordinati da problemi individuali a conseguenze quasi inevitabili di un’immensa pressione sociale. La sfida non è più solo contro una voce interiore, ma contro un’intera industria che trae profitto dall’insicurezza.

La vera liberazione consiste nello sfidare la cultura della dieta e nel definire la bellezza, la salute e l’autostima secondo i propri termini, non quelli imposti dalla società.

Le radici sociali: come povertà e insicurezza alimentare ostacolano il recovery dai disturbi alimentari

I cosiddetti “determinanti sociali della salute”, come la sicurezza economica, un alloggio stabile e l’accesso a cibo nutriente, giocano un ruolo cruciale. Contrariamente a quanto si possa pensare, povertà e insicurezza alimentare possono alimentare un disturbo alimentare, non prevenirlo.

La mancanza di accesso a pasti regolari ed equilibrati può esacerbare comportamenti alimentari disordinati, mentre lo stress cronico legato all’instabilità finanziaria o abitativa aumenta il rischio di sviluppare condizioni di salute mentale. Il recovery, quindi, non riguarda solo l’affrontare la dimensione psicologica del disturbo, ma anche il navigare barriere sociali ed economiche schiaccianti che impediscono di dare priorità alla propria salute.

Un supporto efficace al recovery deve adottare un approccio olistico, considerando il contesto sociale più ampio e affrontando le disuguaglianze sistemiche che contribuiscono alla sofferenza.

Un invito a riflettere…

Guarire da un disturbo alimentare richiede una forza immensa, ma non può e non deve essere solo uno sforzo individuale. Come abbiamo visto, queste barriere non operano da sole: lo stigma sul peso è amplificato dalla cultura della dieta, le iniquità razziali sono aggravate dalla mancanza di accesso economico, e l’esperienza di un individuo è spesso una complessa intersezione di tutte queste ingiustizie. La vera guarigione richiede che, come società, iniziamo a riconoscere e smantellare questi sistemi che intrappolano le persone in cicli di sofferenza.

Il recovery non è solo una questione di cambiare la propria mente, ma di cambiare il mondo che ci circonda. È una responsabilità etica che ci riguarda tutt*: creare un ambiente in cui ogni persona, indipendentemente dal suo corpo, etnia, genere o status socio-economico, abbia la possibilità di guarire veramente.

Ora che vediamo le barriere, da dove iniziamo a smantellarle tutt* insieme?

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