Lavorare con le famiglie di chi soffre di un Disturbo Alimentare

famiglia disturbi alimentari

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Prima di entrare nel vivo del lavoro con le famiglie — e, in particolare, con le famiglie di chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare (DCA) — desidero presentarmi. Mi chiamo Filippo, sono psicologo e specializzando in Psicoterapia della Gestalt Espressiva. Da alcuni anni mi occupo di DCA, ed è proprio questo interesse che mi ha portato a far parte dell’équipe di Comestai.

In questo articolo voglio raccontare ciò che, ad oggi, rappresenta per me l’esperienza clinica con le famiglie, con i genitori o caregiver di persone che vivono un disturbo alimentare. Quando parliamo di “famiglia” dovremmo immaginare non solo un insieme di individui, ma un sistema: un ambiente fatto di ruoli, legami, relazioni, storie… ma anche di nodi, intrecci e, a volte, complessità profonde.

Lavorando a stretto contatto con diversi professionisti e professioniste, dedico queste riflessioni non solo alle famiglie e ai genitori in difficoltà, o ai pazienti in cerca di risposte, ma anche a colleghi e colleghe: è grazie a loro e con loro che, ogni giorno, imparo la difficile arte di accogliere il caos della sofferenza umana — sofferenza che, mai come in questo secolo, si esprime anche attraverso i disturbi del comportamento alimentare.

Quando una famiglia inizia la terapia

Quando una famiglia arriva e si siede di fronte a un terapeuta, il vissuto emotivo che porta con sé non è classificabile. È un bagaglio, spesso pesante: a volte trascinato, altre volte sollevato a fatica sulle spalle, altre ancora così difficile da reggere da richiedere più persone per sostenerlo.

Dentro quel bagaglio c’è di tutto. C’è il dubbio di chi si affaccia per la prima volta a un percorso di cura. C’è la stanchezza di chi, per l’ennesima volta, ricomincia: nuovo centro, nuovi clinici, stessa sofferenza.

I genitori spesso mi guardano con sospetto.

«Com’è giovane, dottore», mi dicono.

Io sorrido e ringrazio.

Faccio un respiro, li osservo, mi prendo un attimo. Non parto subito con le domande: ascolto le mie sensazioni. Ho davanti due persone che non conosco, che stanno chiedendo aiuto, e che sono così cariche emotivamente da poter “esplodere” da un momento all’altro.

Il timore ce l’ho — sarò davvero in grado di aiutarli? — ma poi torno su di loro, accenno un sorriso e inizio il mio lavoro. Prima di tutto: accogliere. La prima cosa da fare è semplice e difficilissima allo stesso tempo: accogliere.

«Sì… ma cosa significa davvero accogliere?»

Accogliere qualcuno significa aprirgli la porta di casa. Nella relazione terapeutica, significa aprire la porta della propria stanza: fisica o virtuale che sia.

Significa creare uno spazio comodo, caldo, sicuro. Uno spazio in cui chi è smarrito — come spesso lo è una famiglia che affronta un DCA — possa placare, anche solo per un momento, la disperazione della perdita di rotta. Uno spazio in cui possa raccontare ciò che sente, ciò che teme, ciò che vive accanto alla sofferenza del proprio figlio o della propria figlia.

In quella stanza, reale o digitale, i genitori possono aprire il loro bagaglio e, nei loro tempi, tirare fuori ciò che contiene: paure, colpa, rabbia, impotenza, speranza.

E attraverso quel raccontare — gli esordi della malattia, la sua evoluzione, l’impatto sul sistemafamiliare — si inizia a comprendere come il DCA abbia modificato gli equilibri che naturalmente ogni famiglia costruisce.

Spesso i genitori chiedono, quasi implorano:

«Rimettete a posto mia figlia»,

«Fatela tornare quella di prima»,

«Togliete di mezzo la malattia».

Uso spesso una metafora: quella della macchina che, quando si guasta, viene portata dal meccanico. Il meccanico fa una diagnosi, smonta, trova il pezzo difettoso, lo sostituisce, e l’auto torna a funzionare.

Ma le persone non sono macchine. Gli esseri umani sono organismi: pensano, provano emozioni, hanno bisogni, vivono in relazione con il proprio ambiente. Se una persona si ammala in un ambiente, farà fatica a guarire senza che quell’ambiente cambi con lei. Per questo chiediamo alla famiglia di riadattarsi, affinché l’organismo ammalato posso ritrovare il proprio equilibrio, ma senza che gli altri membri “si ammalino” nel processo.

Perché la terapia familiare è fondamentale nei DCA

La terapia per la coppia genitoriale — come supporto alla psicoterapia del figlio o della figlia — è efficace quando diventa uno spazio di sostegno. Un luogo sicuro in cui i genitori possonocomprendere meglio il sintomo, affrontare le difficoltà legate alla malattia, sviluppare strategie efficaci, migliorare la comunicazione, scoprire e potenziare le proprie risorse, e accompagnare i figli verso una maggiore autonomia (Onnis, 2014).

Come ricorda Montecchi (2019), è proprio questo tipo di spazio a favorire un reale cambiamento. Gli studi confermano che il coinvolgimento familiare nel trattamento dei DCA — come avviene nel Family-Based Treatment (FBT) — riduce significativamente la morbilità psicologica e medica, oltre a diminuire i tassi di abbandono del percorso terapeutico (Gorrell et al., 2019).

Per lavorare con le famiglie è necessario camminare insieme dentro una tempesta: non posso fermare la pioggia, ma posso offrire un riparo, un luogo sicuro in cui fermarsi, respirare e capire dove mettere il passo successivo. È un lavoro fatto di piccoli movimenti, a volte impercettibili, altre volte profondi. Il cambiamento, nei DCA, non avviene mai da soli. Avviene nel sistema, grazie alla collaborazione, alla fiducia e alla capacità condivisa di reggere la fatica e di riconoscere ogni progresso, anche il più piccolo. Nella terapia con i familiari, la ristrutturazione del sistema porta con sé un inevitabile cambiamento: nuove esperienze che le persone fanno quando si rimettono in relazione l’una con l’altra (Minuchin, 1977).

Se c’è un messaggio che mi è stato tramandato e che voglio lasciare a ogni genitore che entra nella mia stanza è questo: non siete il problema e, se scegliete di esserci, potete diventare una risorsa fondamentale nel processo di cura (Dalla Ragione, De Santis & Bianchini, 2008).

Ed è proprio insieme — terapeuti, pazienti, famiglie — che possiamo ricostruire i ponti delle relazioni interrotte, sciogliere i nodi e gli intrecci, trovare la bellezza nella complessità e ricominciare a meravigliarci nel caos che ci attraversa.

Letteratura

Dalla Ragione, L., De Santis, C., & Bianchini, P. (2008). Il vaso di Pandora. Guida per

familiari, amici, insegnanti e pazienti con disturbi del comportamento alimentare. CESVOL.

Gorrell, S., Loeb, K. L., & Le Grange, D. (2019). Family-based treatment of eating disorders:

A narrative review. Journal of Eating Disorders, 7, Article 20.

Minuchin, S. (1977). Famiglie e terapia della famiglia. Astrolabio Ubaldini.

Montecchi, F. (2019). Psicopatologia dell’infanzia e dell’adolescenza. Percorsi terapeutici.

Franco Angeli.

Onnis, L. (2014). Il tempo sospeso: anoressia e bulimia tra individuo, famiglia e società (2ª

ed.). Franco Angeli.

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