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Coping (Strategie di adattamento)

Nel campo della psicologia clinica e, in particolare, nello studio dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, il termine coping assume una rilevanza fondamentale. Derivante dal verbo inglese to cope, che letteralmente significa “fronteggiare” o “reagire”, il coping indica l’insieme dei processi cognitivi e comportamentali che una persona mette in atto per gestire richieste interne o esterne valutate come gravose o superiori alle proprie risorse. Non si tratta di una reazione istintiva o riflessa, ma di un processo attivo e dinamico che evolve nel tempo in risposta alle sfide ambientali e psicologiche.

La teoria del coping : il modello di Lazarus e Folkman

La definizione scientifica più accreditata di coping è quella formulata da Richard Lazarus e Susan Folkman, che lo descrivono come un processo basato sulla valutazione cognitiva. Secondo questo modello, quando ci troviamo di fronte a un evento stressante, la nostra mente compie due tipi di valutazioni :

  • Valutazione primaria : l’individuo valuta se la situazione rappresenta un rischio, una minaccia, una perdita o una sfida per il proprio benessere.
  • Valutazione secondaria : l’individuo esamina le risorse a sua disposizione per far fronte alla situazione e decide quale strategia adottare.

Il coping è dunque il risultato di questa transazione tra l’individuo e l’ambiente. È importante sottolineare che l’efficacia di una strategia non è assoluta, ma dipende dal contesto : ciò che funziona in un momento può rivelarsi inefficace in un altro.

Tipologie di strategie di coping

Gli studiosi tendono a suddividere le strategie di adattamento in tre grandi categorie principali, ognuna con caratteristiche e obiettivi differenti :

  • Coping orientato al problema : mira a modificare direttamente la causa del disagio. Include azioni pratiche come la ricerca di informazioni, la pianificazione di soluzioni, la gestione del tempo o l’acquisizione di nuove competenze. È generalmente considerato una strategia adattiva quando il problema è effettivamente modificabile.
  • Coping orientato alle emozioni : si focalizza sulla riduzione del disagio emotivo associato allo stressor senza agire direttamente sulla causa. Può includere la ricerca di supporto sociale, la meditazione, la rivalutazione positiva dell’evento o lo sfogo emotivo. È utile quando ci si trova di fronte a situazioni inevitabili o non modificabili nel breve termine.
  • Coping orientato all’evitamento : consiste nel tentativo di non pensare al problema o di allontanarsi fisicamente e mentalmente dalla situazione stressante. Sebbene possa offrire un sollievo immediato, l’uso cronico dell’evitamento è spesso correlato a una maggiore sofferenza psicologica a lungo termine.

Coping e disturbi alimentari

Nell’ambito dei disturbi alimentari, il concetto di coping è cruciale perché i comportamenti patologici (come la restrizione estrema, l’abbuffata o il vomito autoindotto) vengono spesso utilizzati dal paziente come strategie di coping disfunzionali. In questo senso, il disturbo alimentare non è solo un problema legato al cibo, ma un tentativo maldestro di gestire emozioni intollerabili, traumi o un senso di inadeguatezza.

Ad esempio, un’abbuffata può servire a “anestetizzare” un dolore emotivo improvviso (coping orientato all’emozione), mentre il controllo ossessivo delle calorie può dare un’illusoria sensazione di padronanza sulla propria vita (coping orientato al problema). Il percorso terapeutico mira a sostituire questi meccanismi dannosi con abilità di coping più flessibili e funzionali, come l’intelligenza emotiva e l’assertività.

L’importanza della flessibilità di coping

Il benessere psicologico non dipende dal possedere una singola strategia “perfetta”, ma dalla capacità di alternare diverse modalità in modo flessibile. La coping flexibility permette alla persona di monitorare l’efficacia dei propri sforzi e di cambiare rotta se i risultati non sono quelli sperati. Potenziare questa flessibilità è uno degli obiettivi principali dei trattamenti basati sull’evidenza, come la terapia cognitivo-comportamentale, che aiuta i pazienti a sviluppare un repertorio più ampio di risorse per affrontare le sfide della vita senza ricorrere a comportamenti autodistruttivi.

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