Nel contesto della psicologia clinica e dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA), il coping evitante rappresenta una modalità di risposta allo stress finalizzata a proteggere l’individuo da emozioni, pensieri o situazioni percepiti come intollerabili. Il termine coping si riferisce all’insieme di strategie cognitive e comportamentali messe in atto per fronteggiare le difficoltà; quando queste strategie sono orientate all’evitamento, l’obiettivo primario non è risolvere il problema, bensì allontanare dalla consapevolezza il disagio immediato. Sebbene questa modalità possa offrire un sollievo temporaneo, a lungo termine tende a mantenere e ad aggravare la sofferenza psicologica, diventando un fattore di mantenimento cruciale per molte patologie alimentari.
Il coping evitante può manifestarsi attraverso diverse forme, che gli specialisti tendono a suddividere in due categorie principali : l’evitamento comportamentale e l’evitamento mentale. In entrambi i casi, la persona cerca di creare una distanza tra sé e lo stressor. Alcuni esempi tipici includono :
Nei disturbi come la Bulimia Nervosa e il Binge Eating Disorder (BED), il coping evitante assume una connotazione specifica attraverso la cosiddetta Escape Theory (teoria della fuga). Secondo questo modello, l’abbuffata non è un semplice atto di ingordigia, ma una sofisticata strategia di evitamento per sfuggire a uno stato di autocoscienza negativa. Quando una persona sperimenta standard personali troppo elevati o un’autocritica feroce, il dolore psicologico diventa insostenibile. L’abbuffata permette di restringere il focus dell’attenzione sul momento presente e sugli stimoli sensoriali del cibo, bloccando temporaneamente i pensieri dolorosi e le preoccupazioni relative al sé. In questo senso, il comportamento alimentare disfunzionale funge da “scudo” contro l’evitamento esperienziale, ovvero l’incapacità di stare a contatto con le proprie emozioni negative.
Anche nell’Anoressia Nervosa o nell’ARFID, l’evitamento gioca un ruolo centrale : nel primo caso, la restrizione estrema e il controllo maniacale del peso permettono di evitare il confronto con temi complessi come la crescita, l’affettività o il senso di inefficacia personale; nel secondo caso, l’evitamento è spesso legato alle caratteristiche sensoriali del cibo o alla paura di conseguenze avverse come il soffocamento o il vomito.
Il paradosso del coping evitante risiede nella sua efficacia immediata. Riducendo l’ansia nel breve termine, il comportamento viene rinforzato e tende a ripetersi. Tuttavia, questo circolo vizioso comporta costi elevatissimi :
Il trattamento psicoterapeutico dei disturbi alimentari, in particolare attraverso la terapia cognitivo-comportamentale migliorata (CBT-E) o la DBT, mira a trasformare il coping evitante in un coping proattivo o orientato al problema. Questo percorso prevede l’apprendimento di tecniche di mindfulness per osservare le emozioni senza giudicarle e l’esposizione graduale agli stimoli temuti. L’obiettivo è aiutare il paziente a sviluppare una maggiore tolleranza del disagio, permettendogli di affrontare le sfide della vita senza dover ricorrere al sintomo alimentare come via di fuga. Solo attraverso l’accettazione e il confronto con la propria vulnerabilità è possibile costruire un’identità solida e un rapporto sereno con il cibo e con il proprio corpo.
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