Nel campo della psicologia clinica e, in particolare, nello studio dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, il termine coping assume una rilevanza fondamentale. Derivante dal verbo inglese to cope, che letteralmente significa “fronteggiare” o “reagire”, il coping indica l’insieme dei processi cognitivi e comportamentali che una persona mette in atto per gestire richieste interne o esterne valutate come gravose o superiori alle proprie risorse. Non si tratta di una reazione istintiva o riflessa, ma di un processo attivo e dinamico che evolve nel tempo in risposta alle sfide ambientali e psicologiche.
La definizione scientifica più accreditata di coping è quella formulata da Richard Lazarus e Susan Folkman, che lo descrivono come un processo basato sulla valutazione cognitiva. Secondo questo modello, quando ci troviamo di fronte a un evento stressante, la nostra mente compie due tipi di valutazioni :
Il coping è dunque il risultato di questa transazione tra l’individuo e l’ambiente. È importante sottolineare che l’efficacia di una strategia non è assoluta, ma dipende dal contesto : ciò che funziona in un momento può rivelarsi inefficace in un altro.
Gli studiosi tendono a suddividere le strategie di adattamento in tre grandi categorie principali, ognuna con caratteristiche e obiettivi differenti :
Nell’ambito dei disturbi alimentari, il concetto di coping è cruciale perché i comportamenti patologici (come la restrizione estrema, l’abbuffata o il vomito autoindotto) vengono spesso utilizzati dal paziente come strategie di coping disfunzionali. In questo senso, il disturbo alimentare non è solo un problema legato al cibo, ma un tentativo maldestro di gestire emozioni intollerabili, traumi o un senso di inadeguatezza.
Ad esempio, un’abbuffata può servire a “anestetizzare” un dolore emotivo improvviso (coping orientato all’emozione), mentre il controllo ossessivo delle calorie può dare un’illusoria sensazione di padronanza sulla propria vita (coping orientato al problema). Il percorso terapeutico mira a sostituire questi meccanismi dannosi con abilità di coping più flessibili e funzionali, come l’intelligenza emotiva e l’assertività.
Il benessere psicologico non dipende dal possedere una singola strategia “perfetta”, ma dalla capacità di alternare diverse modalità in modo flessibile. La coping flexibility permette alla persona di monitorare l’efficacia dei propri sforzi e di cambiare rotta se i risultati non sono quelli sperati. Potenziare questa flessibilità è uno degli obiettivi principali dei trattamenti basati sull’evidenza, come la terapia cognitivo-comportamentale, che aiuta i pazienti a sviluppare un repertorio più ampio di risorse per affrontare le sfide della vita senza ricorrere a comportamenti autodistruttivi.
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