Nel complesso panorama dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DCA) e della salute mentale nell’era digitale, l’estetizzazione della sofferenza rappresenta un fenomeno socioculturale di grande rilevanza clinica. Questo termine descrive la tendenza a trasformare il dolore psicologico, il disagio emotivo o i sintomi di una patologia in un contenuto visivamente accattivante, romantico o “artistico” da condividere sui social media. Sebbene la narrazione del malessere possa talvolta favorire la riduzione dello stigma, il rischio concreto è che la sofferenza venga percepita come un tratto identitario desiderabile o una tendenza estetica da emulare, piuttosto che come una condizione da curare.
Il termine sadfishing definisce : una specifica modalità di comportamento online in cui un utente pubblica contenuti carichi di emotività, spesso vaghi o marcatamente drammatici, con lo scopo primario di attirare attenzione, simpatia o un elevato numero di interazioni dal proprio pubblico. In un contesto clinico, il sadfishing può essere interpretato come un grido d’aiuto distorto. Tuttavia, la natura performativa delle piattaforme digitali rischia di svuotare il dolore della sua reale urgenza, trasformandolo in una sorta di valuta sociale per ottenere engagement. Per chi soffre di un disturbo alimentare, questa pratica può manifestarsi attraverso la pubblicazione di immagini che esaltano la magrezza o la descrizione di rituali restrittivi, il tutto avvolto da una patina di malinconia poetica che rende il sintomo “affascinante” agli occhi di chi osserva.
Il Glitchcore è un’estetica digitale caratterizzata da : immagini intenzionalmente distorte, colori ipersaturi o desaturati, ed errori grafici che richiamano il malfunzionamento dei software. Quando questo stile viene applicato alla rappresentazione della salute mentale, serve spesso a simboleggiare visivamente la frammentazione interiore o il caos emotivo. Sebbene nasca come forma di espressione creativa, la sua associazione con tematiche legate ai DCA crea un linguaggio visivo che “abbellisce” il tormento. Questa estetizzazione agisce su diversi livelli psicologici :
L’esposizione costante a contenuti che celebrano la sofferenza ha un impatto profondo, specialmente sugli adolescenti impegnati nella costruzione della propria identità. La romanticizzazione della restrizione alimentare o delle condotte di compenso, presentate attraverso filtri e musica malinconica, può portare a : una percezione distorta della realtà in cui la malattia viene scambiata per una scelta di vita o una forma di ribellione artistica. In ambito di psicopatologia digitale, si osserva come il dolore smetta di essere un segnale da ascoltare per diventare un prodotto da editare, confezionare e rendere virale. Questo meccanismo può alimentare il confronto sociale verso l’alto, spingendo individui vulnerabili a esasperare i propri sintomi per sentirsi “abbastanza malati” da appartenere a quel gruppo.
Per chi si occupa di cura e prevenzione, è fondamentale aiutare i pazienti e le famiglie a distinguere tra la vulnerabilità autentica e la spettacolarizzazione del dolore. Una comunicazione sana sulla salute mentale dovrebbe avere come obiettivo : la sensibilizzazione, l’educazione e l’invito esplicito a richiedere un supporto professionale. Al contrario, l’estetizzazione della sofferenza si concentra quasi esclusivamente sull’impatto emotivo superficiale dell’immagine. Per contrastare queste derive, è necessario promuovere :
In conclusione, la lotta contro i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione richiede anche un impegno nel decostruire queste narrazioni tossiche. La sofferenza non dovrebbe mai essere considerata un’estetica, né una condizione permanente da accettare in cambio di visibilità digitale o di un senso di appartenenza virtuale.
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