Nel complesso scenario dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DCA), l’uso di giustificazioni mediche inventate per non mangiare rappresenta una strategia difensiva e manipolatoria estremamente comune. Questo comportamento non deve essere interpretato come una semplice bugia, bensì come un sintomo della patologia stessa, finalizzato a proteggere il nucleo del disturbo : la restrizione alimentare e il controllo ossessivo sul peso e sulle forme corporee.
Chi soffre di disturbi come l’anoressia nervosa o la bulimia nervosa vive spesso in una condizione di profonda ambivalenza verso il trattamento e la guarigione. Il cibo viene percepito come una minaccia, e ogni tentativo esterno di incoraggiare l’alimentazione viene vissuto come un’intrusione insostenibile. In questo contesto, inventare problemi di salute diventa un meccanismo di coping per evitare il conflitto sociale e familiare durante i pasti, permettendo alla persona di continuare a digiunare o a restringere senza sollevare sospetti immediati.
Le scuse utilizzate possono variare in base alla creatività del soggetto e alla sua conoscenza medica, ma tendono a gravitare attorno ad alcune aree specifiche :
Dal punto di vista clinico, l’uso sistematico di queste giustificazioni è un indicatore di anosognosia, ovvero l’incapacità o il rifiuto di riconoscere la propria malattia. Come riportato nelle linee guida per il riconoscimento precoce dei DNA, i pazienti possono minimizzare, razionalizzare o nascondere i sintomi per proteggere la propria condotta alimentare. Questo comportamento rende difficile l’intervento tempestivo dei familiari e dei medici, ritardando l’inizio di un percorso terapeutico adeguato come la terapia cognitivo-comportamentale migliorata (CBT-E).
Per i familiari e i professionisti, distinguere una reale problematica medica da una giustificazione legata al DCA richiede un’osservazione attenta. Alcuni segnali di allarme includono :
Affrontare queste “bugie” richiede estrema delicatezza. Colpevolizzare il paziente può portare a una chiusura ancora maggiore e all’isolamento sociale. Il trattamento deve mirare a creare un ambiente sicuro e privo di giudizio, dove la persona possa iniziare a validare le proprie emozioni sottostanti — come l’ansia e la paura di ingrassare — senza sentire il bisogno di nasconderle dietro paraventi medici. La collaborazione tra medici internisti e psicoterapeuti è fondamentale per smascherare queste dinamiche in modo costruttivo, promuovendo una reale consapevolezza di malattia.
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