Nel contesto dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA), il termine abuso assume una connotazione multidimensionale che va oltre il semplice significato comune. Esso può riferirsi sia a un’esperienza traumatica subita dall’individuo, sia a un utilizzo distorto e dannoso di sostanze o comportamenti legati al cibo. Comprendere le diverse sfaccettature dell’abuso è fondamentale per i professionisti della salute mentale, poiché queste dinamiche sono spesso intrecciate alle cause profonde che portano allo sviluppo di una patologia alimentare.
Una delle correlazioni più studiate in ambito clinico è quella tra il vissuto di abuso infantile e l’insorgenza dei disturbi alimentari in età adolescenziale o adulta. Quando parliamo di abuso in questo senso, ci riferiamo a diverse tipologie :
L’individuo che ha subito un abuso può sviluppare un disturbo alimentare come tentativo inconsapevole di gestire un dolore intollerabile. Il cibo diventa uno strumento per “anestetizzare” le emozioni negative, oppure il controllo estremo sul corpo diventa un modo per riacquisire un senso di potere in un’esistenza dove la propria integrità è stata violata.
Il termine abuso viene utilizzato anche per descrivere il disturbo da uso di sostanze, che frequentemente si presenta in comorbidità con i disturbi alimentari. In molti casi, si osserva un uso improprio di farmaci o sostanze per scopi legati al controllo del peso, come :
In questo scenario, il soggetto continua a utilizzare la sostanza nonostante i gravi problemi fisici e psicologici che ne derivano. L’incapacità di controllare l’uso è il segno distintivo di questa spirale, che aggrava ulteriormente il quadro clinico del disturbo alimentare, aumentando il rischio di complicanze mediche severe come squilibri elettrolitici o danni organici permanenti.
Infine, è possibile parlare di un abuso inteso come utilizzo improprio del cibo per arrecare danno a se stessi o per gestire conflitti interiori. Nelle fasi di abbuffata, il consumo smodato e incontrollato di nutrienti rappresenta una forma di violenza verso il proprio corpo, seguita spesso da sentimenti di vergogna e autodistruzione. Al contrario, la restrizione estrema tipica dell’anoressia può essere vista come una forma di privazione abusiva che il soggetto impone alla propria biologia. In entrambi i casi, il rapporto con l’alimentazione perde la sua funzione nutritiva e vitale per trasformarsi in un campo di battaglia dove l’individuo cerca di tenere a bada un senso di inadeguatezza o la percezione di avere qualcosa di profondamente “sbagliato” dentro di sé.
Il trattamento di un paziente con storia di abuso richiede un approccio multidisciplinare e altamente sensibile al trauma (trauma-informed care). Non è sufficiente lavorare solo sul comportamento alimentare; è necessario affrontare le ferite emotive sottostanti. La terapia deve mirare a ricostruire un senso di sicurezza interiore, aiutando la persona a sviluppare strategie di regolazione emotiva sane che non passino attraverso l’abuso del proprio corpo o di sostanze esterne. La guarigione passa per il riconoscimento del proprio valore e per la trasformazione del cibo da nemico o anestetico a semplice fonte di nutrimento e benessere.
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