Nell’era dei social media, il termine dimorfismo da selfie (noto anche come selfie dysmorphia) identifica un fenomeno psicologico emergente legato alla percezione dell’immagine corporea. Si tratta di una forma specifica di disagio psicologico in cui le persone, in particolare gli adolescenti e i giovani adulti, sviluppano un’insoddisfazione cronica per il proprio aspetto fisico reale dopo un’esposizione prolungata e sistematica alla propria immagine modificata dai filtri digitali. Questo termine non descrive ancora una diagnosi clinica ufficiale, ma viene ampiamente utilizzato per indicare una manifestazione moderna del disturbo di dismorfismo corporeo (BDD), in cui l’ossessione per i presunti difetti fisici viene alimentata dalla tecnologia degli smartphone.
Il cuore del problema risiede nell’uso dei filtri e delle applicazioni di fotoritocco che permettono di alterare istantaneamente i tratti del viso. Questi strumenti non si limitano a migliorare la luce, ma modificano la struttura stessa del volto : assottigliano il naso, ingrandiscono gli occhi, levigano la pelle ed enfatizzano gli zigomi. Quando una persona trascorre ore a osservare e pubblicare versioni “ottimizzate” di se stessa, il cervello può iniziare a considerare la versione filtrata come la vera versione di sé. Di conseguenza, l’immagine riflessa dallo specchio naturale viene percepita come un errore da correggere, innescando un senso di inadeguatezza profondo e una costante insoddisfazione corporea.
Il dimorfismo da selfie si manifesta attraverso una serie di comportamenti e stati emotivi che possono compromettere il benessere quotidiano. Tra i principali segnali troviamo :
Esiste un legame reale e preoccupante tra il dimorfismo da selfie e i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DCA). L’interiorizzazione di ideali estetici irraggiungibili può spingere gli individui ad adottare comportamenti disfunzionali nel tentativo di modificare il proprio corpo. La discrepanza tra la realtà e l’immagine digitale può agire come trigger per l’inizio di una spirale di restrizioni alimentari, esercizio fisico eccessivo o altre condotte di controllo del peso. In molti casi, l’ossessione per il volto si estende alla forma fisica globale, aumentando il rischio di sviluppare patologie come l’anoressia nervosa o la bulimia nervosa.
Affrontare il dimorfismo da selfie richiede un approccio multidisciplinare che integri la salute mentale e l’educazione digitale. La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) rappresenta l’intervento d’elezione, poiché aiuta il paziente a identificare e modificare i pensieri negativi sull’aspetto fisico, lavorando gradualmente sull’esposizione alla propria immagine naturale senza filtri. Parallelamente, è fondamentale promuovere la media literacy, ovvero la capacità critica di analizzare i contenuti online, comprendendo che la maggior parte delle immagini sui social non corrisponde alla realtà. Sviluppare una visione più positiva e diversificata dei corpi è un passo essenziale per proteggere l’autostima e favorire un rapporto sano con la propria identità, sia online che offline.
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