Nel percorso di cura dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA), il piano alimentare di riabilitazione non è una semplice dieta, ma un vero e proprio strumento terapeutico. Esso rappresenta la base strutturale su cui si innesta il lavoro psicologico, agendo come un ponte necessario per riportare l’organismo a una condizione di equilibrio biologico e cognitivo. La sua funzione principale è quella di normalizzare l’assunzione di cibo, correggere le carenze nutrizionali e disinnescare i meccanismi tipici della patologia, come la restrizione estrema o la perdita di controllo.
La riabilitazione nutrizionale si pone obiettivi che vanno ben oltre il solo recupero del peso corporeo, interessando diverse aree della salute della persona :
Un piano di riabilitazione efficace deve essere costruito su misura per il paziente da un’équipe multidisciplinare. Esso si distingue per alcune caratteristiche fondamentali :
In primo luogo, deve essere strutturato e prevedibile. La prevedibilità aiuta a ridurre l’ansia da anticipazione del pasto, fornendo una cornice sicura entro cui il paziente può muoversi. Solitamente si basa sulla regola dei tre pasti principali e due o tre spuntini, per garantire un apporto costante di energia ed evitare i cali glicemici che possono innescare abbuffate o malessere.
In secondo luogo, il piano deve essere graduale. Soprattutto nei casi di grave malnutrizione, l’introduzione del cibo deve avvenire con cautela per evitare complicanze mediche come la sindrome da rialimentazione. La progressione calorica viene monitorata costantemente dal medico e dal dietista.
Infine, deve promuovere la varietà alimentare. Uno dei cardini della riabilitazione è l’esposizione sistematica ai cosiddetti fear foods (cibi temuti). Il piano prevede il reinserimento guidato di alimenti precedentemente esclusi, con l’obiettivo di abbattere le barriere fobiche e restituire al paziente la libertà di scelta.
Nell’approccio della terapia cognitivo-comportamentale migliorata (CBT-E), il piano alimentare viene utilizzato per affrontare la “restrizione dietetica”. Il paziente impara a monitorare la propria alimentazione non per controllare il peso, ma per comprendere i legami tra cibo, emozioni e pensieri. Il cibo diventa così una “medicina” necessaria per rifornire il cervello e permettere alla terapia psicologica di essere efficace : un cervello malnutrito, infatti, è biologicamente meno capace di elaborare emozioni e cambiamenti.
Inizialmente, seguire il piano può generare disagi fisici come gonfiore addominale, digestione lenta o alterazioni del transito intestinale. Questi sintomi sono spesso la conseguenza del rallentato svuotamento gastrico tipico di chi ha seguito restrizioni prolungate. È fondamentale che il paziente sia rassicurato sulla natura transitoria di questi fastidi e che il percorso sia guidato con empatia, tenendo conto delle paure profonde legate al cambiamento dell’immagine corporea.
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