Nel contesto dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA), il termine purgativo si riferisce a qualsiasi sostanza o metodo utilizzato con l’intento di espellere rapidamente il cibo dal corpo o di “compensare” l’ingestione di calorie. Sebbene in ambito medico i purganti (come i lassativi) abbiano indicazioni specifiche per il trattamento della stitichezza occasionale, nei disturbi alimentari il loro utilizzo assume una connotazione patologica, diventando una vera e propria condotta di eliminazione. Questa pratica è centrale in quadri clinici come la bulimia nervosa e il sottotipo purgativo dell’anoressia nervosa.
L’uso purgativo non si limita esclusivamente ai farmaci, ma abbraccia diverse modalità che il paziente mette in atto nel tentativo di mantenere il controllo sul peso corporeo. Le principali categorie includono :
Uno degli aspetti più tragici dell’abuso di sostanze con finalità purgativa è la loro inefficacia nel prevenire l’aumento di peso. Studi clinici hanno dimostrato che il vomito autoindotto riesce a eliminare solo una parte delle calorie ingerite (circa il 50% se effettuato immediatamente), mentre i lassativi hanno un effetto quasi nullo sull’assorbimento calorico, poiché i grassi e i carboidrati vengono processati molto prima che il farmaco faccia effetto. La sensazione di “leggerezza” o il calo ponderale sulla bilancia sono dovuti esclusivamente alla perdita di liquidi e sali minerali, non alla perdita di tessuto adiposo.
L’uso cronico e improprio di metodi purgativi comporta gravi danni multisistemici :
L’atto purgativo è spesso vissuto dal paziente come un meccanismo di coping per gestire l’ansia, il senso di colpa e il terrore di ingrassare. Si instaura un circolo vizioso in cui la purga “autorizza” l’abbuffata successiva, creando una dipendenza fisica e psicologica difficile da spezzare senza aiuto professionale. Il trattamento d’elezione, come la terapia cognitivo-comportamentale (CBT-E), mira a regolarizzare l’alimentazione, interrompendo la catena abbuffata-vomito e aiutando il paziente a sviluppare strategie più sane per la regolazione emotiva, eliminando gradualmente la necessità del comportamento purgativo.
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