L’ambivalenza affettiva è un concetto psicologico fondamentale che descrive la coesistenza simultanea di sentimenti, impulsi o atteggiamenti diametralmente opposti nei confronti di una stessa persona, oggetto o situazione. Derivante dai termini latini ambi (entrambi) e valentia (forza), il termine suggerisce l’idea di essere tirati in due direzioni contrarie con la medesima intensità. Sebbene una certa dose di ambivalenza faccia parte dell’esperienza umana comune, nel contesto dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DCA), essa assume una connotazione critica, diventando spesso uno dei principali ostacoli al cambiamento e alla guarigione.
Per comprendere appieno come questo stato interiore influenzi la vita di un individuo, è utile analizzare le tre sfere principali in cui si manifesta :
Nei pazienti affetti da patologie come l’anoressia nervosa o la bulimia, l’ambivalenza affettiva è rivolta spesso al disturbo stesso. Il sintomo non viene vissuto esclusivamente come un nemico da sconfiggere, ma anche come un “alleato” protettivo. Questo fenomeno è definito come una forma di amore per il proprio disturbo : una dipendenza affettiva dal sintomo che offre un’illusoria sensazione di controllo, forza e identità.
Il paziente si trova intrappolato in un conflitto lacerante : da una parte il desiderio di tornare a vivere e liberarsi dal dolore, dall’altra il terrore di abbandonare l’unica strategia di coping che sembra funzionare per regolare emozioni intollerabili come l’ansia o la vergogna. Questa tensione interiore spiega perché molte persone oppongano resistenza al trattamento, nonostante le evidenti complicazioni mediche.
Le radici dell’ambivalenza patologica possono essere rintracciate spesso nello sviluppo precoce e negli stili di attaccamento infantili. Un attaccamento insicuro-ambivalente si verifica quando il caregiver risponde ai bisogni del bambino in modo imprevedibile o incoerente. Questa incertezza relazionale porta l’individuo a sviluppare una costante ansia di abbandono e una profonda sfiducia nelle proprie capacità, proiettando questa ambiguità nelle relazioni adulte e nel rapporto con se stessi.
In ambito clinico, è comune osservare come il controllo del cibo diventi un sostituto simbolico della base sicura mancante : il corpo diventa l’unico territorio su cui esercitare una volontà che, nel mondo esterno o nelle relazioni, appare frammentata e incerta.
Riconoscere l’ambivalenza non significa aver fallito nel percorso di cura, ma aver individuato il vero terreno di scontro terapeutico. Approcci come la terapia cognitivo-comportamentale (CBT-E) o i percorsi basati sulla mentalizzazione mirano a :
In sintesi, risolvere l’ambivalenza affettiva richiede tempo e un supporto multidisciplinare che aiuti il paziente a trasformare questo stallo emotivo in un’opportunità di crescita e riconnessione con i propri desideri autentici.
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