L’auto-oggettivazione è un costrutto psicologico di fondamentale importanza per comprendere la genesi e il mantenimento dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Questo fenomeno si verifica quando una persona interiorizza lo sguardo esterno della società, iniziando a vedere e valutare il proprio corpo non più come un organismo vivente e funzionale, ma come un oggetto da guardare, giudicare e perfezionare. In altre parole, l’individuo smette di chiedersi “come si sente il mio corpo?” per concentrarsi esclusivamente su “come appare il mio corpo agli altri?”.
Il concetto ha trovato la sua massima espressione scientifica nella teoria dell’oggettivazione formulata da Barbara Fredrickson e Tomi-Ann Roberts. Secondo questa prospettiva, l’esposizione costante a messaggi culturali che riducono il valore di una persona alla sua sola apparenza fisica (oggettivazione sessuale) spinge l’individuo a uno sdoppiamento della coscienza. La persona assume su di sé la prospettiva dell’osservatore esterno, diventando contemporaneamente il soggetto che guarda e l’oggetto che viene guardato. Questo processo porta a una costante e ossessiva sorveglianza corporea (body monitoring), un monitoraggio continuo della propria immagine che sottrae preziose risorse cognitive e psicologiche alla vita quotidiana.
L’auto-oggettivazione non si manifesta in modo identico in tutti gli individui, ma può essere classificata in due categorie principali :
L’auto-oggettivazione è considerata un potente fattore di rischio per lo sviluppo di patologie come l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il binge eating disorder. Il ciclo disfunzionale solitamente segue questo percorso :
Uno degli effetti più insidiosi del vedersi come un oggetto esterno è la progressiva perdita di contatto con i propri segnali fisiologici interni, un processo noto come deficit di interocezione. Quando l’attenzione è tutta rivolta all’estetica, la persona diventa sorda ai segnali di fame, sazietà, stanchezza o persino alle proprie emozioni. Questo distacco dal “sé senziente” rende molto più difficile regolare il comportamento alimentare in modo naturale, alimentando ulteriormente la dipendenza da regole rigide e controllo esterno.
Nel trattamento dei disturbi alimentari, la terapia cognitivo-comportamentale mira a de-costruire l’auto-oggettivazione. Il lavoro terapeutico si focalizza sulla promozione della body functionality, ovvero lo spostamento dell’attenzione da ciò che il corpo è a ciò che il corpo permette di fare (camminare, abbracciare, respirare, creare). Recuperare una prospettiva in prima persona è essenziale per restituire dignità e soggettività all’individuo, trasformando il corpo da nemico da sottomettere a parte integrante e vitale della propria identità psicofisica.
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